Novara vista da... Masa

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Masa Imbesi
Masa Imbesi

C'è un paese,

sperduto tra i monti,

C'è un paese piccolo e antico,

Novara di Sicilia,

dove arrivare è ritrovarsi,

dove è bello smarrirsi

o inerpicarsi per le viuzze strette e solitarie,

e suggestivo è ascoltare serenate di violini alla luna

e sentir decantare poesie d'amore

da inguaribili, romantici poeti.

C'è un paese, Novara di Sicilia,

dove il tempo si ferma,

dove anche il vento rimane attonito e muto,

danzando a mulinello tra gli antichi balconi,

nella piazzetta degli incontri,

nel bronzo della statua del David,

tra le scale di pietra consumate

e i lampioni luminosi del ponte millenario,

nell'Abbazia vecchia di secoli,

di storia. e di ricordi lontanissimi.

C'è un paese meraviglioso e silente,

eppure tanto piccolo,

quasi sconosciuto alle cartine geografiche

e pressoché ignoto alle mete dell'elite.

Avvìati, una bella mattina,

su per la strada statale 185,

e cammina lentamente,

per non perderti nemmeno un paesaggio:

a destra, vallate sconfinate

e rupi spaventose e grigie

che scendono a picco verso il fiume,

più su gruppi di case minuscole e bianche

sparse nella campagna

e abitate da gente che, d'inverno,

mentre il vento fischia minaccioso

e la neve cade copiosa

ammantando tutto intorno,

si chiede chi mai gliela faccia fare di abitare lì,

lontano da tutti,

eppure convinta che è quello il luogo

dove vuol vivere e morire,

e nessun altro;

un pò più in alto, solitario,

il castello dell'antica Abacena,

lugubre e spaventoso,

che parla ancora di morti,

di grida di guerra e di terrore,

ma che al tramonto, magicamente,

si colora di rosso vivo

e si inonda di luce

e di cirri dai riflessi d'oro;

ancora più in alto l'Etna,

maestosa, fumante e perennemente innevata,

più giù il Tindari col suo faro verde e luminoso,

speranza dei naviganti;

ancor più giù le isole Eolie

sparse nel mare,

così vicine l'una all'altra,

e poi la meravigliosa costa Tirrenica che,

a sera,

si illumina di mille lampade fosforescenti,

di bugie e di dolci promesse,

di luna ruffiana e di lampare,

di lamenti di pescatori

e di yacht colorati e costosi

attorno al ricco Portorosa;

tutt'intorno, colline verdeggianti

già invase dalle ruspe

e dalla speculazione edilizia,

dove centinaia di villette

tutte uguali

fanno capolino tra il verde,

ospitando i turisti di una stagione troppo breve.

Ogni anno, arriva il Ferragosto anche per Novara,

che si trasforma all'improvviso,

assumendo l'aria e l'accento nuovo e straniero

degli emigrati e dei turisti;

loro, i giovani turisti del Ferragosto,

con le macchine fotografiche,

i vestiti a fiori e le auto rombanti con le targhe straniere,

non sanno cosa significhi qui una notte di vento indiavolato,

che si diverte a scoperchiare i tetti

e a spezzare le cime degli alberi millenari;

non sanno cosa significhi qui

un pomeriggio di nebbia fredda e innaturale,

che inonda ogni cosa di silenzio ovattato,

non sanno del vento gelido di gennaio

dalle centinaia di voci

che riporta grida malinconiche di venditori di pesce

e fischi lontani di pastori,

non sanno delle mattine d'inverno ammantate di bianco

e dei rami degli abeti carichi di neve fin quasi a spezzarsi,

non sanno della poesia

di un'alba d'autunno dolce e malinconica su Rocca Leone,

del silenzio notturno della Vernita

e di una foresta immensa e sempreverde.

Loro,

i giovani turisti cittadini di una brevissima vacanza,

guardano solo se c'è gente e movimento,

e se le illuminazioni sono ben disposte a cerchio sulle strade,

e quando, la sera, comincia a far freddo

e i golfini di lana leggera non bastano più,

pensano con sollievo di partire,

desiderosi di gente nuova e di avventure,

e di non tornare mai più in un posto simile,

dimenticato dal resto del mondo.

Non sanno della storia e della poesia della Rocca Salvatesta,

alta e solitaria,

che ha sfidato gli inverni più gelidi e le estati più assolate,

erta e bellissima,

a più di mille metri di altitudine,

dove è suggestivo arrivare,

ansimando per il fiatone,

dopo aver scarpinato per mezz'ora cantando,

ridendo e tenendosi tutti per mano,

tra rupi e precipizi,

su per il sentierino cosparso di siepi,

e di ginestre,

di pini sempreverdi,

e di rocce brulle e scoscese;

non conoscono la sensazione di arrivare fin lassù,

in quell'immensa pianura grigia e verde

che si perde a vista d'occhio,

e la gioia di poter scorgere, in un religioso,

magico silenzio,

la costa tirrenica in un solo sguardo,

e le vele e i wind-surf di Marinello,

e Capo Milazzo e Capo Calavà,

e le cime delle montagne più lontane

che toccano il cielo e si confondono con esso.

Loro non sanno che qui

la magia dell'estate

si respira già in un raggio di sole

che filtra teneramente dalle nubi

dopo la pioggerella di marzo,

o nella bottega del calzolaio,

una mattina d'aprile,

o nel buonumore di un contadino

che ripone la legna per l'inverno

intonando una canzone,

o nell'allegria della massaia

che sforna il pane caldo

o nello starnazzare delle oche bianche

in un cortile.

Non sanno, i turisti del Ferragosto,

che l'estate si sente cantare

in una passeggiata su per sentieri inesplorati,

o in una notte di maggio trapunta di stelle cadenti,

o in un panino gustato

accanto alla sorgente di un ruscello di montagna,

tra il profumo della ginestra,

dei ciclamini selvatici e della citronella,

lontano dalle essenze francesi

e dai deodoranti che danneggiano l'ozono.

Per sentire la poesia di Novara e della montagna,

prova a uscire una mattina,

quando fuori è ancora buio,

e ascolta i campanacci delle mucche

che vanno al pascolo

e lo stormire degli abeti che sussurrano al vento,

respira l'odore delle erbe selvatiche

e del fieno appena tagliato,

e dell'acqua salmastra,

della pioggia che verrà,

e della terra, e dell'erba umida;

ascolta l'estate in un temporale inaspettato di fine agosto,

con la pioggia scrosciante

e i tuoni minacciosi e cupi,

e poi esci fuori,

al sole caldissimo,

e inèbriati del profumo della terra bagnata,

della corsa libera di un cavallo su distese sterminate,

dell'abbaiare festoso di un cane,

e scopri le lumache che vanno a passeggio

e i gatti che si rotolano nell'erba,

e le formiche instancabili

che hanno ripreso la loro attività,

e i funghi spuntati da poco sotto gli alberi.

Qui l'estate non esiste come stagione definita,

perché si vive insieme ad ogni soffio di vento,

a ogni raggio di sole

e ad ogni schiarita di cielo azzurrissimo

dopo una nebbia fitta,

ed è stata una scoperta strana e meravigliosa

anche per me,

cittadina fin dalla nascita.

Qui si passeggia per ore anche nel freddo più intenso,

raggomitolati nei cappotti e nelle sciarpe di lana;

qui ci si ritrova sul ponte e nella piccola piazza

dopo una giornata di lavoro,

aspettando un altro pazzo Carnevale

e facendo mille progetti sui costumi,

e sulle maschere, e sui balli nuovi da inventare per il Teatro;

qui ci si ritrova ogni sera

accanto al fuoco della cucina economica,

giocando a carte,

sentendo crepitare la legna secca

e cuocendo le pizze nel forno,

racchiusi nel cuore palpitante di ogni casa,

ed è dolce ritrovarsi tutti in Chiesa

la notte di Natale,

venuti da ogni parte e stretti l'uno accanto all'altro

per quel senso inesprimibile di calorosa amicizia

che non fa più sentire più il freddo.

Chi viene a Novara,

non dimentica più la processione del quindici agosto;

anch'io l'ho vista, e mi è sembrato di vivere

in un'altra dimensione,

come se il tempo si fosse fermato,

nel vedere tanti uomini sollevare con entusiasmo

e con gli stessi, identici gesti ripetuti negli anni,

la bellissima e pesantissima vara della Madonna Assunta,

con le braccia protese verso il cielo

e circondata da mille ceri accesi.

Ho visto la piccola piazza,

accanto alla Chiesa,

gremita di paesani,

emigrati, stranieri,

gente venuta da ogni parte,

e ho assistito al pianto di gioia

di chi torna a Novara dopo tanto tempo,

agli abbracci di chi non si rivedeva da anni,

al dolore e alla pena di chi non c'è più...

Che sensazione poter assistere,

in un fascio di luci simili a stelle filanti,

allo spettacolo dei fantasmagorici fuochi d'artificio

che s'infrangono nelle montagne,

illuminate come in pieno giorno,

e camminare per le stradine tortuose

percorse dalla vara e dal lunghissimo corteo di gente,

ascoltare con commozione

le grida di esultanza e di traboccante tenerezza

di cento, mille voci,

alla Regina del Mondo,

e assistere alla danza leggiadra e dolcissima della statua,

sorretta dalla fede e dall'amore,

al suono melodioso di canzoni sempre uguali

e ogni volta sempre diverse...

e poi sentire sulla pelle il vento fresco dell'estate

e l'aria tersa della montagna che sa di piante,

e di erba, e di abeti centenari,

e le musiche del Castello,

ruderi antichissimi trasformati in pista da ballo,

e ritrovarsi insieme per le spaghettate sotto la luna,

o su,

alla Rocca Leone,

al suono di una chitarra e al calore di un falò,

o nella piccola,

unica pizzeria gremita di gente,

di risate e di brindisi,

e ascoltare con tenerezza

le serenate romantiche e struggenti di antichi poeti

e sentire l'allegria di un po' di vino

bevuto in compagnia e di un tango appassionato

ballato da gente di ogni età;

e poi il silenzio delle quattro del mattino,

e la luce radiosa dell'alba,

e poter vedere, all'orizzonte,

la prima a sorgere e l'ultima a tramontare, la Stella di Venere,

accanto a una falce di luna

che si culla in un cielo luminoso e pulito;

e poi ancora le grida dei bambini

sulle biciclette

nel pomeriggio caldo e assolato,

e le lunghe passeggiate dopo cena,

su e giù fino al ponte,

e le coppe di gelato

coi biscottini del bar nuovo

tra gente cosmopolita,

e i colori delle bancarelle

sulle pietre antiche e consumate della strada,

e le granite di mezzanotte,

e la vecchia favola dell'Uomo del Castello

che si aggira,

col suo mantello nero,

confondendosi tra le danze sulla pista da ballo

e che, coi primi freddi dell'autunno,

rimane da solo, ad aspettare...

I giovani turisti conoscono il Ferragosto colorato,

pieno di gente e scatenato di musica,

che ospita i cantanti

e i gruppi più famosi del momento.

Chi è nato e vissuto a Novara,

invece, sa che non è questo,

o solo questo,

il tempo per godere la poesia del proprio paese

e che, nella Novara di sempre,

il tempo scorre quieto,

senza scalpore,

tra canti,

lavoro onesto

e feste paesane,

tra chiacchiere di comari

e passeggiate tranquille,

mentre i disordini delle grandi città

arrivano solo come un'eco lontana.

Tornando dai villaggi turistici di mare,

artefatti, aridi e sommersi da luci artificiali,

straripanti di suoni stereofonici,

di discoteche polverose,

di caldo appiccicoso e di afa opprimente,

dopo aver fatto il pieno di frastuoni

e di scarichi cittadini,

prova a venire qui;

scivola silenziosamente,

con la tua automobile,

sull'antica strada che ti porta su,

a più di settecento metri d'altezza,

e prova a prendere le piccole luci,

soffuse di nebbia,

del paese visto da lontano

e simile a un presepio,

sistemale in cielo,

dove vuoi,

e confondile con le stelle;

arrivato in paese,

cammina senza far rumore

per le vie senza tempo,

ascolta il suono del silenzio

e i rintocchi lenti del campanile dai muri delle case,

sali per le scale di pietra

consumate dalle storie degli uomini

e ridiscendi piano dalle stradine ripide,

lentamente, serenamente;

ascolta un canto di pastori,

un grido in lontananza

l'ululare di un cane,

la risata di un bambino,

una ninna nanna vicino a una culla:

e sentirai anche tu una musica antica

e sempre nuova,

mai udita, lontana, soffusa...

come una poesia.

✒️ Masa Imbesi — 1986

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